Perché molti negozi stanno chiudendo: la verità che nessuno dice sulla crisi del retail

Entri in una via che fino a poco fa era piena di insegne accese, e oggi ti accorgi che qualcosa è cambiato: serrande abbassate, cartelli “affittasi”, vetrine spoglie. La sensazione è quasi fisica, come se mancasse un pezzo di città. E allora viene naturale chiederselo, senza giri di parole: perché stanno chiudendo così tanti negozi?

I numeri che non si possono ignorare

Non è un’impressione. Tra il 2011 e il 2025 in Italia sono scomparsi oltre 103 mila negozi. E mentre il commercio di prossimità arretra, aumentano le situazioni di difficoltà strutturale: i tavoli di crisi attivi presso il ministero competente sono arrivati a quota 96, coinvolgendo oltre 120 mila lavoratori.

Anche diverse catene storiche del retail si trovano in fasi complesse, con migliaia di addetti interessati da riorganizzazioni e piani di rilancio. Tradotto: non è un problema “di quartiere”, è un fenomeno nazionale.

La “verità che nessuno dice”, è una somma di piccole verità

Se stavi cercando un colpevole unico, rimarrai deluso. La crisi del retail è più simile a una crepa che si allarga lentamente: tanti fattori, ciascuno apparentemente gestibile, insieme diventano una frana. Ecco i quattro più decisivi.

1) Consumi deboli, non solo un momento no

La crescita stimata del retail è intorno a +1,3% nel 2026, un dato che sa più di respiro corto che di ripartenza. Il punto è che la stagnazione dei consumi sembra diventata strutturale: tra incertezza, potere d’acquisto eroso e timori sul lavoro, la spesa si fa prudente.

E questa prudenza cambia tutto. Quando il cliente entra, compra meno, confronta di più, rimanda. Il negozio fisico, che vive di flusso e marginalità quotidiana, lo sente subito.

2) Lo spostamento verso e-commerce, ormai un’abitudine

Nel 2025 gli acquisti online in Italia hanno raggiunto 62,3 miliardi di euro. Non è più una “comodità”, è un riflesso automatico: cerchi, confronti, clicchi.

Il dato che fa più rumore, però, è quello sugli spazi: i quasi 6 milioni di metri quadri persi dai negozi sotto i 150 mq equivalgono a circa 10 miliardi di consumi spostati verso grande distribuzione e canale online. In pratica, una parte del portafoglio degli italiani ha cambiato strada, e spesso non torna indietro.

3) La pressione delle importazioni a basso costo

Nel primo semestre 2025, le importazioni valgono 5,3 miliardi di euro, con una quota rilevante proveniente dalla Cina. Il risultato, visibile a occhio nudo, è una competizione sul prezzo che diventa quasi impossibile per molti negozi tradizionali.

Non è solo una questione di “costo più basso”. È il ritmo: collezioni che cambiano velocemente, promozioni continue, assortimenti sterminati. Il negozio di prossimità, con magazzino limitato e costi fissi alti, corre con scarpe diverse.

4) Dazi e incertezza globale, i prezzi si muovono e il cliente frena

Le dinamiche dei dazi internazionali hanno aumentato la pressione sui prezzi in alcuni comparti, come abbigliamento e calzature, con rialzi tariffari riportati fino al 36% in certi scenari. Quando il prezzo finale sale, il consumatore diventa ancora più selettivo. E il negozio, di nuovo, si trova nel mezzo.

Moda: il fronte più delicato (e il più visibile)

Se c’è un settore che racconta questa crisi come una vetrina rotta, è la moda. Qui la sofferenza è forte, soprattutto nei territori dove la prossimità arretra più velocemente. Eppure, c’è un dettaglio interessante: il retail fisico non “sparisce”, cambia funzione.

In molti casi il negozio smette di essere solo punto vendita e diventa spazio relazionale: consulenza, prova, esperienza, fiducia. È un cambio di identità, molto vicino a ciò che in economia si studia come commercio: non solo scambio di merci, ma rete di relazioni e servizi.

Conseguenze concrete: città, lavoro, abitudini

Questa crisi non chiude solo serrande, cambia pezzi di vita quotidiana:

  • Desertificazione commerciale di alcune aree, con strade meno vissute.
  • Più fragilità per l’occupazione, tra riduzioni e riorganizzazioni.
  • Consumatori più razionali, meno impulsivi, più orientati al confronto.

Quindi, perché chiudono davvero?

Perché si sono incrociati quattro venti forti, consumi fermi, online dominante, pressione del low cost, instabilità internazionale, e molti negozi non hanno avuto tempo, margini o strumenti per cambiare pelle. La verità “che nessuno dice” è che non è un’apocalisse improvvisa, è un lento spostamento delle regole del gioco. E chi non riesce ad adattarsi, semplicemente, resta senza partita.

Redazione Vetrina Notizie

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